La storia surreale dell’accordo Libia Italia sul blocco dei flussi migratori.
Il 2 febbraio scorso, il Capo del Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia Fayez Mustafa Serraj e Paolo Gentiloni Capo del Governo della Repubblica Italiana firmano il Memorandum per il contenimento dell’immigrazione clandestina e il contrasto del traffico di esseri umani. Le trombe suonano a festa!
Quando le trombe ci lasciano il tempo di leggere l’unico testo pubblico di questo Memorandum (lo pubblica Repubblica.it) ci accorgiamo che nel testo non c’è scritto niente di sostanziale apparentemente. Manciate diplomaticose, buone intenzioni quanto basta, vari borbottamenti ai sani e forti principi democratici e… un richiamo ad un altro accordo:
Al fine di attuare gli accordi sottoscritti tra le Parti in merito, tra cui il Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione firmato a Bengasi il 30/08/2008, ed in particolare l’Articolo 19 dello stesso Trattato
E qui casca il vero asino di questa vicenda surreale.Attenzione alle date, a fine agosto a Bengasi si firma un accordo pieno di dettagli, impegni concreti, soldi, persone, scambi, chiaro e preciso in ogni sua parte, comprese le specifiche sulle rimesse italiane confiscate da Gheddafi nella cacciata del 1970 con cui il Colonnello obbligò gli italiani presenti in Libia a lasciare il Paese portando via poco o niente.
Quello del 2008 era un Trattato serio, non il polpettone di pochi giorni fa. Il 23 dicembre del 2008 con i Deputati già col panettone tra i denti lo ratificano la firma dell’agosto precedente.
All’articolo 19 del Trattato del 2008 c’è di tutto, l’Italia si impegna a fornire alla Libia beni, servizi, opere edili e strategiche sia civili che militari per un impegno economico di circa 200 milioni di euro l’anno per 3/5 anni.
La Relazione Tecnica allegata al Trattato è molto chiara, ha un paragrafo dettagliato solo per i costi dell’ Art.19 (che ci siamo appena impegnati a pagare grazie a Gentiloni).
Finisce il 2008, inizia il 2009 i tempi si allungano per un serie di ritardi legati alle ulteriori pretese della Libia di Gheddafi in termini di restituzione di beni artistici, nel frattempo l’Europa non avalla l’accordo bilaterale stretto tra Italia e Libia. L’Europa critica addirittura i toni per i quali sembra che ci sia un fronte Italo-libico “contro” quello Europeo. Negli atti del Parlamento Europeo c’è una chiacchiera del deputato socialista francese Denanot che chiede se l’Italia preferisse essere considerata NordAfrica piuttosto che Europa.
La pressione sul Governo Italiano a non dare soldi a Gheddafi aumenta da tutte le parti UN, NATO, EU, Spagna, Francia, USA. L’Italia non finanzia, ma invia un primo lotto di motovedette obsolete.
Arriva il 2010 la temperatura sale, poi il 2011 e la Libia esplode, pochi mesi dopo Gheddafi muore. La Libia gira pagina e appena dopo aver cambiato foglio scopre il caos.
Passano sei anni di caos, di guerra, di flussi migratori, di compenetrazioni di criminalità, fondamentalismo islamico, terrorismo islamista, interessi energetici, sulla terra libica. Mentre in Italia lo spread ci schianta, la UE caccia Berlusconi, Monti ci dissangua, Letta cade, Renzi governa, poi cade pure lui e arriva fresco fresco di Stent cardiaco Gentiloni che quasi dieci anni dopo da quel 2008 si siede a tavolino con Serraj,
figura estremamente precaria della compagine Libica, e sottoscrive un accordo che stringendo dice: vi ricordate i 200 milioni l’anno per 3 anni che avevamo promesso a Gheddafi 10 anni fa, va bene adesso li diamo a Serraj.
In Libia scoppia il finimondo, e non perché non vogliono i finanziamenti pattuiti, ma per tre motivi molto legati alla logica tripolina:
- L’accordo di Gheddafi per loro è morto con Gheddafi, gli accordi vanno fatti con la Libia libera.
- Serraj non è che una parte del puzzle Tripolino, e non è chiaro in quali e quante parti la somma italiana venga ripartita. Soprattutto tra Difesa ed Interno. L’accordo appena firmato infatti è valso a Serraj una denuncia alla Corte di Giustizia Libica da parte di esponenti importanti del governo stesso tra cui il Ministro della Difesa e quello dell’Interno.
- Serraj non aveva nessun mandato specifico per sottoscrivere nulla, visto che il suo incarico si basa su una verifica specifica di ogni atto con avallo dell’assemblea. In pratica pare che prima di partire Serraj avesse dovuto presentare la cosa in assemblea e farsi dire: sì ok, o no.
Il secondo e terzo punto sono solo venialità rispetto al principio per il quale con Gheddafi sono morti tutti gli atti sottoscritti e li accordi fatti da lui.
Dando a Paolo quel che è di Paolo, va detto che aver riaperto per primi l’Ambasciata a Tripoli è stato un segnale importante di supporto alla causa della riunificazione libica con Capitale Tripoli, però va detto anche che questo passaggio lo ha praticamente messo nei guai.
Certo non va considerato Serraj una vittima, tanto meno un ingenuo. Serraj ha firmato perché sa bene che l’Italia ha bisogno di un argine all’immigrazione e ha battuto il ferro caldo delle linee guida dettate da Tusk (riassumendo: Immigrati cazzi dell’Italia, blocchi il flusso dalla Libia). Tusk che tra l’altro pare l’unico lucido nel dire che nonostante tutti i buoni propositi Serraj non ha l’autorità sufficiente a garantire nulla in termini di controllo del territorio e dei flussi migratori. Serraj dal canto suo ha bisogno di soldi e risorse per contrastare l’avanzata di Haftar che con i soldi e l’influenza di Putin sta consolidando posizioni a suo favore a Bengasi, Sirte, e Tripoli.
Dal punto di vista di Serraj con quella firma, del 2 febbraio scorso, intanto l’Italia si rimette al collo il cappio che fu già usato da Gheddafi all’epoca per il ricatto sui migranti. Quando le cose si saranno calmate e le vicende giudiziarie saranno sistemate (perché sarà solo questione di soldi) la Libia detterà tempi e modi degli esborsi sventolando l’ipotesi di nuovi sbarchi.